CREARE L’INEDITO: intervista a Fabrizio Angelini e Gianfranco Vergoni

Anche quest’anno siamo lieti di proporre agli allievi del MIP – Musical In Progress la Masterclass CREARE L’INEDITO, lavoro creativo sulla scrittura teatrale e sulla relativa messa in scena, tenuta da Fabrizio Angelini (regista) e Gianfranco Vergoni (autore). Abbiamo raggiunto i Maestri Angelini e Vergoni per porre loro alcune domande sulla Masterclass e sulla loro visione del Teatro Musicale odierno:

Quali elementi sono necessari per intraprendere il percorso di creazione di un inedito?

GIANFRANCO VERGONI: Nel caso specifico di un laboratorio, occorre, prima di tutto, la disponibilità dei partecipanti a rivelare qualcosa di personale, vero, intimo e significativo. Sappiamo quanto sia difficile aprirsi e rivelarsi, illuminare zone cautamente tenute nell’ombra, ma senza questo mix di coraggio, fiducia e generosità non si riesce nemmeno a cominciare. E poi serve una guida attenta e critica che sappia individuare quali elementi si prestino a diventare narrazione in forma di teatro musicale. Tutto qui..!

FABRIZIO ANGELINI: Sono d’accordo con Gianfranco. E’ interessante partire dalle esperienze dirette e dunque dai racconti di vita vera e propria dei partecipanti, piuttosto che da qualcosa di astratto o di vago, perché questo permette loro di attingere più facilmente a una verità e a delle emozioni, dalle quali poi è importante però anche distaccarsi, come guardandosi da fuori, nel momento in cui il ricordo prende una forma appunto teatrale.

Quanto è importante la formazione di una propria educazione teatrale e musicale, da utilizzare come ispirazione e punto di partenza per creare un lavoro proprio?

G.V. - È importante per non rimanere arenati nel deserto quando i fiumi si seccano e le navi non passano… coltivare un’oasi personale continua a tenere vivo il proprio spirito creativo, e a volta aiuta a costruirsi da soli un’imbarcazione autonoma, piccola e tenace, che vola sul vento dell’autodeterminazione. Le migliori scoperte si fanno così. Provare per credere!

F.A. - Secondo me è fondamentale. Essere autore di un lavoro, in particolare musicale, non può prescindere da una formazione. Ovviamente esistono le eccezioni, ma se non si conosce e non si ha dimestichezza con gli “arnesi da lavoro”, è probabilmente difficile riuscire a creare un buon prodotto.

Essere autori di se stessi è un valore aggiunto?

G.V. - Sempre. Aggiunge una dimensione al performer, gli consente una pratica a tutto campo, lo rende più esperto e fiducioso.

F.A. - Certamente. E di sicuro all’interno di un percorso di studio. Si scoprono molte cose di sé di cui spesso non si ha percezione, a livello emotivo ma anche pratico. E superata una certa diffidenza o timidezza iniziale, non è escluso che ci si scopra essere degli autori potenziali, veri e propri.

Che valore ha l’autonomia creativa per la formazione e la carriera di un giovane artista? 

G.V. - In alcuni casi, quando la personalità e l’inventiva vanno di pari passo, l’autonomia può essere la spinta decisiva per far sì che il mondo si accorga che c’è un artista nuovo che dice cose nuove in maniera nuova. Quando si è sotto contratto, si rischia di rimanere prigionieri dei ruoli che ci affidano, spesso frutto di scelte comode e basate su ordinari cliché (il piccolo simpatico, il caratterista bruttino, la sexy aggressiva, la dolce principessina), quando avremmo anche tante altre corde da far risuonare.

F.A. - L’autonomia è molto importante, anche nel caso in cui non si è propriamente “autori” di un testo: ad esempio nell’essere propositivi con il regista o il coreografo da cui si è diretti. Diventa poi fondamentale quando il regista o il coreografo lasciano campo libero (per i motivi più svariati che vanno dalla sperimentazione all’improvvisazione, fino all’incapacità…), per portare avanti il proprio lavoro sensatamente, se queste figure sono in qualche modo evanescenti o del tutto assenti…

Come trovate il livello di preparazione dei giovani italiani rispetto ai vostri esordi? 

G.V. - Enormemente cresciuto riguardo alla tecnica di canto e alla versatilità generale. Per tutti gli anni Novanta chi voleva dedicarsi al musical (o chi c’era entrato un po’ per caso ma intendeva rimanerci) doveva organizzarsi da solo, continuare con le lezioni di danza, ma studiare anche canto, dizione e recitazione, investendo tempo e denaro, e girando come trottole alla ricerca di maestri. Molti di noi sfruttavano semplicemente un’inclinazione, un talento più o meno maturo, che hanno poi affinato in anni di palco. Averle avute allora, le possibilità di studio che esistono adesso…

F.A. - Come sottintende Gianfranco, sono proliferate le scuole di musical, che in qualche modo preparano degli interpreti a tutto tondo. Il livello è sicuramente più alto per quanto riguarda i solisti, specie appunto relativamente al canto e alla versatilità (sulla recitazione ci sarebbe un lungo discorso da fare, purtroppo…). Invece secondo me si è abbassato il livello medio della danza: io e Gianfranco, che venivamo da una formazione accademica, appena eravamo liberi correvamo a lezione di classico. Non credo che questo ora succeda più di tanto. Forse perché ai tempi nostri non esistevano i talent, con la loro facile illusione di diventare famosi in tre mesi. Dunque contavano la gavetta, la preparazione, la costanza, lo studio… Ora si tende un po’ a volere tutto e subito…

Esiste ancora una divisione netta tra i ruoli di autore ed interprete?

G.V. - Direi di sì, non tutti gli attori hanno voglia di cimentarsi con la messa in scena di testi nuovi o appositamente scritti per loro, e va detto che anche l’atto della scrittura richiede un talento specifico, che non è necessariamente prerogativa di chiunque. Io personalmente non scrivo mai per me, non ne sento l’interesse, e d’altra parte ho la fortuna di scrivere per attori di grande talento, che è sempre un piacere immenso.

F.A. – La divisione è abbastanza netta, credo, se parliamo di Teatro e di Teatro Musicale. Diversa è la situazione per il cabaret o per i comici, che quasi sempre sono autori di sé stessi, anche se spesso circondati da diversi co-autori.

Negli ultimi anni voi avete firmato i testi e la regia di molti spettacoli originali  che hanno riscosso un ottimo consenso di pubblico tra tutti ci piace ricordare “Fantasmi a Roma” e lo spettacolo bellissimo in omaggio a Mia Martini “E non finisce mica il cielo”. Quanto spazio c’è nel mondo dello spettacolo per lavori nuovi e originali? Secondo la vostra esperienza c’è una curiosità del pubblico per le opere inedite?

G.V. - Il pubblico è molto curioso e risponde con entusiasmo, meraviglia e generosità alle opere inedite, purché siano di qualità. Non altrettanto si può dire di altre categorie fondamentali per la vita di progetti teatrali, cioè produttori, distributori, direttori di teatri. In tempi di crisi tendono tutti a puntare sul sicuro (leggi: sul già visto e sentito), per limitare i danni ed evitare la bancarotta, che è sempre in agguato, ma così facendo preparano la desertificazione del teatro musicale, impedendo la nascita dei classici italiani del futuro, e obbligando il pubblico in pratica ad assistere sempre alle stesse cose o allo stesso tipo di operazioni (leggi: nome famoso più titolo famoso). Basti dire che “Fantasmi a Roma”, un gioiello che fa innamorare chiunque ne ascolti anche solo una quartina, che può contare su un titolo prezioso e su un cast da sogno, è ancora privo di una vera produzione.

F.A. - Sottoscrivo quanto ha detto Gianfranco: si tende a non rischiare, ad andare sul sicuro, per poi dire magari nelle interviste che non ci sono nuovi autori… Ridicoli! Noi ci siamo esposti in prima persona anche come produttori dei nostri lavori, spesso rimettendoci del denaro, ma almeno con la soddisfazione di portare in scena i nostri sempre apprezzati progetti. Che per i motivi detti poi hanno vita breve, ahimè. Ma noi non ci diamo per vinti: perché crediamo in quello che facciamo, e perché continuiamo a farlo con la passione che ci ha sempre accompagnati. Senza la quale, specie di questi tempi, non avrebbe senso fare questo mestiere. E’ questo quello che dico sempre ai giovani allievi che incontro nei seminari e negli stages: chiedetevi se è veramente quello che volete fare e fino a che punto sareste disposti a sacrificarvi, perché fare questo lavoro è ormai diventato così complicato che la sola motivazione è poter dire, come in A Chorus Line “L’ho fatto per amore”…

A seguire un breve trailer del bellissimo “Fantasmi a Roma”: regia e coreografie di Fabrizio Angelini, testi e liriche di Gianfranco Vergoni

Ringraziando Fabrizio Angelini e Gianfranco Vergoni per aver partecipato a questa breve conversazione, vi ricordiamo che la Masterclass CREARE L’INEDITO è inserita nel percorso formativo per l’a.a. 2015/2016 del M.I.P. – Musical In Progress.

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